Anna ha cinquantotto anni, vive in un appartamento al secondo piano vicino a Piazza Anfiteatro a Lucca, e dal 2019 ha un'abitudine molto precisa: il terzo fine settimana di settembre non prenota mai niente. Aspetta il festival. Una volta ci andava con suo marito Marcello, insegnante di lettere, che la trascinava alle presentazioni di saggi di storia medievale mentre lei avrebbe preferito i romanzi. Marcello è morto nell'autunno del 2018, un infarto in cucina, senza preavviso. Da allora Anna ha continuato ad andare al festival. Da sola.
«All'inizio era una forma di fedeltà», mi racconta al telefono, la voce tranquilla. «Poi è diventata una forma di me stessa». Per quattro anni ha assistito ai dibattiti, ha preso appunti, ha comprato libri che leggeva sul treno di ritorno verso casa. Non cercava nessuno. Non cercava neanche di non cercare. Era semplicemente lì.
Una sedia libera alla presentazione sbagliata
Settembre 2024. Anna arriva in anticipo a una presentazione di un romanzo storico ambientato nel Ducato di Lucca. Si siede in seconda fila. La sala è piena a metà. Un signore chiede con un gesto se la sedia accanto è libera. Lei annuisce. Lui si siede, apre un taccuino nero, scrive la data in alto, e aspetta.
«Aveva i capelli bianchi ma non del tutto, un maglione grigio di buona lana e un modo di tenere la penna come fanno i professori», dice Anna. «Non ho pensato niente. Pensavo al romanzo». Durante la presentazione il signore non parla. Solo alla fine, quando l'autrice risponde a una domanda sul rapporto tra i protagonisti, lui mormora, quasi a sé stesso: «Questa risposta non convince». Anna ride piano. «Neanche a me».
Quattro parole. È bastato questo.
Francesco, sessantadue, ex insegnante di storia
Lui si chiama Francesco, ha sessantadue anni, ha insegnato storia al liceo classico di Pisa per trentatré anni, è in pensione da due, vive solo dopo un divorzio di quasi dieci anni fa. Non ha figli. Al festival di Lucca torna da quando era studente. «Un rito», le dice. «Un rito che tengo a prescindere da tutto il resto».
Si offre di offrirle un caffè al chiosco della piazza. Anna accetta. Il caffè dura quaranta minuti. Parlano del romanzo appena presentato, poi di altro, poi del fatto che entrambi vengono al festival da soli. Lui non le fa domande dirette sul passato. Lei apprezza. A un certo punto gli dice, senza drammi: «Mio marito è mancato nel 2018. Vengo qui anche per lui, ma non solo per lui». Francesco annuisce. Non dice «mi dispiace». Dice: «La capisco. Io qui vengo anche per il ragazzo di vent'anni che ero. Ogni tanto lo incontro di sfuggita sotto le mura».
Anna sorride. È la frase giusta detta nel momento giusto.
La telefonata di tre mesi dopo
Si scambiano il numero. Per correttezza, dice lei, pensando che non sarebbe successo nulla. Invece, due settimane dopo, Francesco le scrive un messaggio lungo sul romanzo, con riferimenti precisi ai capitoli, alle fonti citate male, a un errore cronologico che aveva trovato. Anna risponde. Si scrivono per mesi. Niente cene, niente viaggi, solo parole scritte.
A dicembre, Francesco le propone una gita di un giorno a Pistoia, per vedere una mostra. Anna accetta, ma pone una condizione: tornare la sera. «Non mi piace dormire fuori casa ancora, non con qualcuno che conosco appena». Lui risponde: «Certamente». Non insiste. Prende un biglietto del treno di ritorno alle otto di sera.
Lentezza come forma di rispetto
La loro storia, a quasi due anni dall'incontro, è ancora quella di due case diverse. Anna vive a Lucca, Francesco a Pisa. Si vedono tre volte a settimana. Non si sono ancora sposati, non vogliono convivere, non hanno fatto cambiamenti radicali alla loro vita.
«Quando ero giovane», dice Anna, «pensavo che l'amore fosse riempire tutto lo spazio dell'altro. Adesso penso che sia lasciarlo respirare. A me serve il mio appartamento con i libri di Marcello ancora sullo scaffale. A Francesco serve la sua cucina con la radio accesa la mattina. Ci teniamo le case separate per tenerci, non per allontanarci».
Cosa ha imparato Anna, in sintesi sua
- Non cercare era la cosa giusta. «Se fossi andata al festival con l'intenzione di trovare qualcuno, non avrei trovato nulla. Ero lì per la mia vita. Francesco è arrivato dentro la mia vita, non al suo posto».
- Parlare del marito defunto subito, ma in una frase. «Non ho nascosto Marcello, non l'ho imposto. L'ho nominato e basta. Chi avrebbe fatto fatica sarebbe scappato prima di perdere il mio tempo».
- La lentezza non è paura, è dignità. «Alla nostra età, una settimana in più non cambia nulla, e un anno in meno di conoscenza cambia tutto».
- Mantenere riti propri. «Io al festival ci vado ancora da sola il primo giorno. Francesco arriva il secondo. È un piccolo gesto ma ci ricorda che siamo due persone intere, non mezze che si cercano».
Un'immagine per finire
Il settembre scorso, l'ho incrociata per caso in Piazza San Michele. Aveva una borsa piena di libri, gli occhiali da sole sulla testa, e camminava da sola verso la prossima presentazione. Le ho chiesto se Francesco la raggiungesse. «Domani», ha risposto. «Oggi il festival è mio».
Poi ha aggiunto, quasi tra sé: «È bello avere una casa a cui tornare la sera. È bello anche avere un pomeriggio senza nessuno che aspetta il tuo tavolo». Questa, a cinquantotto anni, è l'altra faccia dell'amore maturo. Quella di cui si parla troppo poco.